Napoli è in stato di emergenza da troppo tempo. Un’emergenza abitativa che deriva dal degrado che affligge diverse aree (come il centro storico) e che richiede al più presto un piano di riqualificazione urbana per assicurare ai cittadini il diritto di vivere in case sicure. Gli strumenti per finanziare i progetti ci sono, sia a livello italiano che europeo, ma se non c’è la volontà di metterli in atto purtroppo sono inutili. Ecco perché oggi è fondamentale uscire dal torpore, cominciando col risvegliare le coscienze anestetizzate di chi dimostra di non interessarsi come dovrebbe al problema, nascondendosi dietro discorsi sterili. In questo il Comune ha il dovere di uscire dal proprio immobilismo, per poter finalmente intavolare un dialogo con i soggetti erogatori, al fine di risolvere la situazione attraverso misure concrete. Una volontà politica che deve manifestarsi, perché il presente, ancora una volta, ci fa segno che non c’è più tempo da perdere.

È di questi giorni la tragedia avvenuta a Napoli in Via Don Minzoni a causa di un ‘indotto’ (anche se illegale) degli sfratti nei Quartieri Spagnoli. Una donna di 65 anni è morta nell’esplosione dell’appartamento dal quale stava per essere sfrattata e i suoi due figli, feriti gravi, sono in ospedale. Storie di indigenza, di lavori perduti, di povertà. Uscito l’ufficiale giudiziario che ha confermato l’ingiunzione di sfratto, un figlio della signora ha appiccato il fuoco alle tapparelle del bagno e poi fatto esplodere una ‘bomba artigianale’. Forse è stata usata una bomboletta di gas, una di quelle usate dai campeggiatori per cucinarsi un piatto caldo e un caffè. Un gesto certamente molto pericoloso anche per un’eventuale estensione dello scoppio ad altri appartamenti, ma certamente dettato dalla disperazione di non avere un tetto sopra la testa, un letto dove dormire, un luogo che raccoglie i ricordi familiari di una vita.

Nel capoluogo partenopeo il numero annuo di sfratti è tra i più alti rispetto alla media italiana (tra i 3.500 e i 5.000 l’anno). Nel 2016, su 8.596 domande di sfratto in Campania ne sono stati eseguiti 2.504, mentre nella sola città di Napoli su 3.604 provvedimenti di sfratto emessi ne sono stati eseguiti 1.753. Per scendere ancora di più nel dettaglio, facendo sempre riferimento allo stesso anno, se in Campania si conta 1 sfratto ogni 378 famiglie (1 ogni 419 in Italia), a Napoli la proporzione è di 1 sfratto ogni 306. Secondo i dati più recenti del Ministero degli Interni, se in Italia il fenomeno della perdita della casa è in calo (i provvedimenti emessi dagli uffici giudiziari nel 2017 sono stati 59.609, ovvero il 6,7% rispetto all’anno precedente), al Sud la situazione è all’opposto. Le sentenze nel Mezzogiorno sono in forte crescita, con un aumento dell’11% in Campania. Ad accompagnare questa situazione la difficoltà nel reperire alloggi e le pessime condizioni del patrimonio edilizio a Napoli, elementi che non fanno altro che gravare su un contesto già delicato.

 

 

Spesso la dimensione istituzionale perde di vista il senso dell’uomo ma la politica, quella vera, quella che, a diritto, ha a cuore lo stato dell’uomo, quella che deriva dall’antico, non può ignorare. L’uomo e la società sono, devono essere, il centro degli interessi della politica che governa. A maggior ragione di quella che non governa.

Napoli, e il Sud dell’Italia, soffrono di ‘dimenticanze’ istituzionali, e non da oggi. Noi crediamo che sia sempre troppo tardi mettere il dito su questa piaga, evidenziare questi ritardi istituzionali che da anni affliggono il Sud del Paese. A Napoli la vita nei Quartieri Spagnoli, per restare in questo fatto di cronaca, è faticosa, spesso al limite della decenza umana, ed è sotto gli occhi di tutti. Ma evidentemente non basta, bisogna sempre arrivare al dramma, allo scoppio, ai crolli, alle tragedie annunciate perché il ‘governo’ della città, del Paese, si affacci, in ritardo, sulle tragedie annunciate. Non è e non sarà mai questione di denaro, di fondi, di burocrazia. È sempre e solo questione di attenzione. Quell’attenzione dovuta che le istituzioni hanno l’obbligo, anche morale, di mettere in atto. Con tutti i mezzi che hanno a disposizione, dell’Italia e dell’Europa. Perché non siamo soli, siamo noi ad allontanarci da una Comunità Europea se non usiamo gli strumenti che abbiamo a disposizione nei momenti di bisogno, nei momenti dove attingere da una riserva comune ci avvicina all’Istituzione politica che sovrintende il nostro continente. Anche questo significa fare parte dell’Europa, un fare parte consapevole e propositivo, un fare parte che fa onore a chi riesce ad alzare gli standard nazionali. A qualsiasi livello.