Per un lavoro in sicurezza

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4 Maggio 2018 Diario Europeo

La sicurezza sul lavoro è importante quanto il lavoro stesso, perché solo garantendo la prima il secondo può realmente diventare strumento sul quale costruire un futuro.

Con la situazione che oggi vive il nostro Paese, riflettere su questo concetto è indispensabile per sottolineare, ancora una volta, quanto sia importante un controllo costante.

Sono passati pochi giorni dal 1° Maggio di quest’anno. “Otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore per dormire”, questa frase coniata in Australia nel 1885 apre ai diritti del lavoro in tutto il mondo. Nel primo Novecento il movimento sindacale operaio adotta questo slogan per le sue rivendicazioni. A Parigi il congresso dei lavoratori il 14 luglio 1889 (centenario della presa della Bastiglia e anno dell’Esposizione Universale, della quale la Tour Eiffel ne fu l’immagine più discussa) dà alla luce la Seconda Internazionale (organizzazione creata dai partiti socialisti e laburisti europei) con questa stessa parola d’ordine e proclama nella data del 1° Maggio la Giornata Internazionale dei Lavoratori.

Ma, andiamo per ordine.

Nel 1886 negli Stati Uniti d’America, lo Stato dell’Illinois ratificò una legge che definiva la giornata lavorativa di otto ore, ma con tali vincoli che ne impedivano la sua applicazione. L’entrata in vigore sarebbe stata per la data del 1° Maggio dell’anno seguente. In quel giorno, il 1° Maggio del 1867, a Chicago si svolse una grande manifestazione, uno sciopero generale, e pacifico, con 80.000 operai americani che sfilarono per la città per rivendicare condizioni di lavoro più umane (bisogna ricordare che a metà ‘800 si arrivava anche a turni di lavoro di 16 ore al giorno). Inoltre le morti sul lavoro erano piuttosto frequenti. Il primo giorno trascorse senza problemi apparenti ma nei giorni che seguirono la polizia attaccò duramente i manifestanti e in quelle battaglie di strada undici persone (saranno poi i “martiri di Chicago”) persero la vita. Inoltre sette leader della manifestazione furono in seguito condannati a morte. A Parigi quel 14 luglio si tenne conto di questa data per istituire la “Festa del lavoro”.

Qualcosa è cambiato certamente da quei tempi ma oggi, 2018, i dati ai quali siamo confrontati sono allarmanti. Solo nei primi mesi dell’anno infatti, in Italia mentre lavoravano hanno perso la vita già 151 persone, rispetto alle 113 dello scorso anno. Situazione che è andata peggiorando, quindi, rispetto ad un 2017 che da questo punto di vista è stato tutt’altro che rassicurante, con 632 vittime in totale (una media di quasi due al giorno). Un quadro preoccupante che ci riporta indietro di almeno 50 anni, come ad annullare, o più esattamente vanificare, qualsiasi tipo di progresso sociale e politico fatto in questo senso. Lecito domandarsi se di progresso si possa parlare di fronte a tale regressione, ma forse sarebbe da ritenere più costruttivo chiedersi cosa si può fare per invertire una tendenza di fronte alla quale la rassegnazione è il primo ostacolo da evitare. Perché rassegnarsi significherebbe in un certo senso ricondurre ogni ‘morte bianca’ alla fatalità, contro la quale purtroppo c’è ben poco da fare. Se non organizzare il lavoro come deve essere svolto, dando estrema importanza alle misure di prevenzione dei rischi.

Si chiamano “morti bianche” per l’assenza di un diretto responsabile dell’incidente quando avviene, ma questo non significa che non ci sia alla base una dose di responsabilità a tutti i livelli. Lo scarso senso di umanità e di rispetto verso il dipendente poi, come accade quando imprenditori noncuranti decidono di risparmiare sulla sicurezza, è un’aggravante inaccettabile che sottolinea il bisogno di intervenire prima di tutto con controlli attenti e rigorosi. L’incolumità dei lavoratori non dovrebbe essere un optional per le imprese, e di lavoro non si dovrebbe morire. Il quadro è quello di un’emergenza sociale assoluta, che spesso si nutre di individualismo, e che in sé nasconde la necessità di comprendere il significato profondo della parola ‘rispetto’. Non solo quello delle norme di sicurezza, ma più che altro della vita.

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