La cooperazione territoriale rappresenta per l’Italia e per il Mezzogiorno uno dei principali strumenti di finanziamento di politiche transfrontaliere e di vicinato.

Nella programmazione 2014-2020 l’Italia è parte di 19 programmi: 8 programmi di cooperazione transfrontaliera, 4 programmi di cooperazione transnazionale, 3 programmi di cooperazione transfrontaliera esterna, 4 programmi di cooperazione interregionale. Di questi, 10 hanno autorità di gestione situata in territorio italiano. Si tratta di risorse importanti per sviluppare all’interno del bacino del Mediterraneo progetti e strategie, ad esempio di sicurezza marittima o di ricerca e innovazione, o anche legate alla nascita di cluster marittimi che sostengano lo sviluppo delle imprese nell’economia blu.

Questa lunga premessa è motivata. Infatti, la proposta della Commissione Europea sui futuri regolamenti della politica di coesione cancella la cooperazione marittima. Un paradosso enorme se si pensa agli avvenimenti dell’ultimo decennio, a quanto hanno stravolto il quadro istituzionale, politico e sociale dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, con conseguenze crescenti e al quale bisogna porre rimedio. Una proposta in contrasto assoluto con quelle linee guida che la Commissione stessa ha presentato, volte a creare condizioni per una crescita sostenibile dell’economia blu nel Mediterraneo occidentale, che per la sua importanza e strategicità è spesso teatro di incidenti (che determinano sversamenti di materiale inquinante) e che è attraversato da migliaia di migranti clandestini ogni mese.

In questo senso, sicurezza e protezione sono la prima sfida da affrontare, aumentando la cooperazione tra autorità costiere, sostenendo lo sviluppo di capacità per il contrasto della pesca illegale e naturalmente lottando contro l’inquinamento marino attraverso un sistema comune di informazione basato su prevenzione e reazione.

Su questi elementi va costruita una nuova economia del mare, partendo dal miglioramento della funzionalità di iniziative che sostengano la creazione di partenariati tra le due sponde e agevolino la creazione di economie di scala in settori strategici (alimentari, farmaceutica, chimica, energia), anche sfruttando al meglio le fonti marine rinnovabili. A questo si può aggiungere la creazione di cluster marini, fortemente votati all’innovazione e capaci di attrarre investimenti privati importanti.

Ad oggi, a fronte di condizioni ed emergenze nuove e pressanti, gli strumenti a disposizione non appaiono in grado di produrre risultati concreti. Per questo motivo è necessario in due direzioni. In primo luogo, ridisegnando la “geografia” degli interventi, sia intesa come geografia fisica (e quindi quali territori coinvolgere in maniera attiva), che come quadro analitico dei bisogni e delle possibili priorità di intervento. Il secondo aspetto, strettamente collegato al primo, attiene al capovolgimento dell’approccio funzionale a partire dalle concrete debolezze riscontrate, per costruire una strategia adeguata e direttamente connessa ai territori e al loro tessuto socio-produttivo.

Qualsiasi figura che abbia come finalità di fornire un contributo alla sopravvivenza di un territorio necessita di instaurare un dialogo con tutti gli interlocutori rilevanti, ovvero detentori di risorse necessarie al raggiungimento dell’obiettivo. In altre parole, è sul dialogo che si basa prima di tutto il progetto di cui stiamo parlando. La varietà e la complessità dell’Area Mediterranea suggerisce come lo “sguardo europeo” debba intersecarsi con uno “sguardo locale” nella formulazione della strategia di sviluppo sociale ed economico. Così facendo, si eviterà l’illusione del progetto locale (ovvero ritenere che i luoghi dispongano di tutte le risorse economiche e cognitive necessarie per realizzare efficaci strategie di sviluppo) sia l’irrealtà del progetto europeo/nazionale (ovvero ritenere che una strategia europea, prima, e nazionale, poi, possa raggiungere i propri obiettivi senza condivisione da parte delle comunità locali.

In questa prospettiva diventa quindi necessario individuare, all’interno di questa interazione, un trasduttore territoriale che renda i vari livelli (europeo, nazionale e locale) consonanti. Questa figura dovrebbe avere come ruolo quello di tradurre in modello il pensiero europeo e nazionale, supportando i territori nelle fasi di aggregazione e pianificazione strategica e, a livello locale, quello di supporto metodologico e operativo (trasmettitore) in fase di attuazione della pianificazione strategica, anche per mezzo di attività formative e/o di fornitura di specifiche skill.

Cooperazione territoriale, quindi, attraverso strumenti adeguati, per dare risposte univoche e superare i limiti che, fino ad oggi, hanno impedito il completo dispiegamento delle potenzialità presenti e determinato il fallimento delle strategie e delle iniziative messe in campo.