Un anacronismo senza tempo

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12 Maggio 2018 Diario Europeo

Promuovere la parità di genere, ovvero l’uguaglianza tra donne e uomini, è uno degli obiettivi principali dell’UE. In un mondo dove donne e ragazze continuano a subire discriminazioni e violenze questo diventa un impegno imprescindibile.

Non solo un diritto fondamentale, ma anche una condizione necessaria in una società che per definirsi ‘evoluta’ (parola oggi più che mai abusata) deve imperativamente lasciarsi alle spalle stereotipi e pregiudizi, drammi collettivi di un’intera umanità altrimenti destinata a sfaldarsi in modo progressivo e inesorabile.

Dobbiamo ricordare le lotte per la parità dei sessi che trova le basi nella Francia del XVIII, per attraversare la Manica e formare il movimento delle Suffragette, nel Regno Unito nel 1872. Ma un esito positivo avviene solo con la legge del 2 luglio 1928, con la quale il suffragio fu esteso a tutte le donne inglesi. Una conquista piuttosto recente. Ma non dobbiamo dimenticare le donne degli Stati Uniti. Nel dicembre del 1941, dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbor, molti americani furono chiamati a combattere lasciando le industrie senza manodopera. Ne risentirono soprattutto le aziende che producevano armi e munizioni, proprio quando gli Stati Uniti avevano bisogno di rifornimenti. Nonostante una resistenza iniziale da parte dell’opinione pubblica, ben presto fu subito chiaro che qualcuno doveva occupare i posti rimasti vuoti e che le uniche a poterlo fare erano le donne. Andarono a lavorare in fabbrica prendendo il posto di mariti, figli e fratelli che nel frattempo combattevano al fronte.

In Italia, poi, le donne votarono per la prima volta per le elezioni amministrative solo nel 1946.

Ma i salari e diritti equiparati al genere maschile non lo furono mai. Non nella realpolitik non nella mente della società. Poi venne il ’68 e poi dopo il femminismo, e tutti credettero che la ‘rivoluzione’ rivoluzionasse lo status quo, ma fu falsa speranza. Oggi è tutto come esondato, le lotte e i benefici dimenticati, le conquiste realizzate con varie e continue tappe di uno sviluppo progressivo, spazzate via da un rigurgito di restaurazione. E quel che più disorienta è che tutto questo sembra come assorbito e accettato dalla massa.

Come si fa a parlare di progresso e di sviluppo se la differenza dei generi, invece di essere vista come un arricchimento del genere umano, continua ad essere concepita come sottrazione? Le leggi conquistate negli ultimi decenni per garantire alle donne pari diritti, in Occidente, rappresentano certamente un significativo e doveroso passo avanti. Ma se è opportuno e corretto ricordare i miglioramenti in questo senso, è chiaro che ciò che è stato fatto finora non è lontanamente sufficiente per poter parlare di parità. Questo soprattutto se si guarda alla realtà con la quale ancora oggi ci confrontiamo, in Europa come nel resto del mondo.

Se è vero infatti che in alcuni Paesi il tasso di occupazione femminile si è alzato, così come la partecipazione delle donne nei processi decisionali, tale tendenza al miglioramento è purtroppo controbilanciata da disparità persistenti in altri ambiti, come ad esempio per quel che riguarda la retribuzione e i redditi. Le donne, in altre parole, continuano ad incontrare difficoltà di carriera rispetto agli uomini, e a guadagnare di meno. Ciò accade dove le cose ‘vanno meglio’, per modo di dire, perché ci sono luoghi dove bambine e ragazze incontrano ostacoli persino nell’accesso all’istruzione, dove la violenza nei loro confronti è pratica diffusa e comune, dove l’abuso e lo sfruttamento di ogni tipo sono realtà legate all’universo femminile. L’emancipazione femminile da uno stato di sudditanza imposto resta ancora lontana, soprattutto se si prende in considerazione anche un altro aspetto, non meno importante, che è quello della sfera privata, della sfera intima legata alla famiglia e alla sessualità, dove il cosiddetto ‘dominio’ maschile persiste.

Condizioni inaccettabili, nei confronti delle quali l’Unione Europea si sta adoperando con costanza e determinazione, con l’obiettivo di modificare degli atteggiamenti che, benché siano radicati in abitudini e costumi vecchi di migliaia di anni, testimoniano un anacronismo senza tempo.

 

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