Quando a lasciare il Sud sono ben tre generazioni

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19 Aprile 2019 Focus Sud Italia

Quasi la metà degli Italiani iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero proviene dal Sud e dalle Isole, rivela il Rapporto 2018 della Fondazione Migrantes: più degli abitanti di Napoli e Palermo messe insieme. Secondo Svimez, 1 milione 883mila residenti ha lasciato il Mezzogiorno negli ultimi 16 anni, metà del quale in età tra i 15 e i 34 anni. Un fenomeno paragonabile all’emigrazione degli anni ’60 – come spiega anche il rapporto IDOS “L’Europa dei Talenti”, presentato a marzo di quest’anno – ma che presenta due novità: la predominanza di laureati e il fatto che, a partire, non sono soltanto i ragazzi. Anzi, gli aumenti più importanti si registrano dai 50 anni in su.

Motivazioni differenti, stessa decisione. I ragazzi cercano il confronto con i coetanei di altri Paesi e, sostanzialmente, un futuro – anche se a ribasso rispetto alla loro formazione o qualificazione, fenomeno che purtroppo si registra nei due terzi dei casi. Gli adulti, soprattutto se rimasti disoccupati, tentano di provvedere alle famiglie, inclusi i figli ai quali assicurare gli studi. I nostri nonni, invece, vanno verso una maggiore serenità dopo una vita di lavoro. Alcuni, ex emigrati in età adulta e ormai rimasti soli, tornano nei Paesi dai quali erano stati accolti; altri, i cosiddetti “previdenziali”, scelgono luoghi nei quali la loro pensione può garantire una vecchiaia dignitosa: costi minori, potere d’acquisto maggiore e un migliore accesso alle cure e all’assistenza, anche con formule di coabitazione ideate in alcuni Stati del Nord Europa.

Se ne parla ancora troppo poco. Soprattutto, si sta facendo ancora troppo poco.

Sui media si è fatto molto rumore sulle cifre di qualche giorno fa riguardanti il reddito di cittadinanza, rese quasi un’affermazione simbolica in chiave Lombardia versus Campania. Ma la verità dei numeri quando guardati da vicino ci dice che, rispetto alle promesse e ai proclami, le richieste provenienti dal Mezzogiorno sono state decisamente inferiori alle aspettative dei promotori. Forse, al di là della propaganda, è arrivato il momento di capire che il Sud vuole il lavoro. Non l’assistenza, e nemmeno i “cerotti” temporanei, ma il lavoro. Cioè, dignità e futuro. Persino i Paesi nei quali i nostri scelgono di andare ce lo dicono: Germania, Svizzera, Irlanda, i Paesi del Nord Europa e dell’Asia non sono esattamente luoghi di nullafacenza, dove farsi mantenere. I ricercatori preferiscono il Canada, i professionisti del turismo e della ristorazione prediligono l’area mitteleuropea, gli imprenditori guardano a Malta, Cina e Taiwan.

È di queste ore la notizia che, alla prova dei fatti, il reddito di cittadinanza si sta rivelando esattamente il disastro che avevamo paventato, soprattutto al Sud. In Campania, per esempio, le richieste sono arrivate da persone fra i 45 e i 60 anni, delle quali moltissime donne, e questo significa che stiamo parlando più di povertà e di disagio sociale che di disoccupazione. Inoltre, i primi che si sono visti riconoscere il reddito di cittadinanza, in qualche caso hanno avuto 60 euro di contributo, 90 euro, 100 euro. Sul Corriere del Mezzogiorno di oggi si legge: “Reddito, no a 27mila richieste. La UIL: c’è chi percepirà 18 euro”. Infine, a oggi, un quarto dei richiedenti sembra non abbia i requisiti ma i controlli sono ancora in atto, quindi ci sarà chi prenderà il reddito di cittadinanza per un primo mese salvo, poi, doverlo restituire.

Se vogliamo combattere lo spopolamento, fermare le partenze, aiutare i nostri a rimanere e non trovarci con un Mezzogiorno abbandonato e svuotato, dobbiamo investire per creare lavoro – e non riempire la gente di speranze illusorie, volte solo ad arraffare un po’ di voti.

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