Una privacy di dominio pubblico

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9 Aprile 2018 Diario Europeo

Il Grande Fratello vi osserva”.

Se avete, come io credo, familiarità con il capolavoro di George Orwell, saprete senz’altro come il concetto di un’umanità spiata e manipolata sia entrata a far parte dell’immaginario collettivo.

Oggi la particolare e complessa architettura di Internet, nata come infrastruttura per la comunicazione, determina ormai un sistema di controllo capillare dove si applica una serrata sorveglianza elettronica mondiale.
Da parte di chi, ormai è di dominio pubblico. Sono quelle strutture tecnico-informatiche che vengono chiamate piattaforme, quei “leader virtuali” quali i motori di ricerca come Google, ad esempio, ed i social network come Facebook, che da tempo operano un controllo totale sulla vita digitale degli utenti, in scala globale, archiviando e incrociando immensi database, e creando così una vera e propria mentalità culturale (che significa abitudine massificata, di fatto un orientamento passivo) che influenza pesantemente e pericolosamente la società. Una direzione programmata, silenziosa, che agisce nell’ombra, contraddicendo così, in modo inequivocabile, le politiche di trasparenza dei sistemi automatizzati.

Il database oggi è la chiave di vigilanza sull’individuo e in questo modo concretizza un potere non solo immenso, ma anche estremamente pericoloso per la società, la democrazia e la libera partecipazione. La  sorveglianza sociale non si applica più solo sulla persona nelle sue relazioni fisiche tradizionali, ma sugli (stessi) individui che connessi in rete si trasformano in dati digitali.

La vicenda Cambridge Analytica diventa in questo senso la sconcertante concretizzazione del rischio, l’inquietante materializzazione dell’incubo nel vedersi privati di un bene riconosciuto e di un diritto fondamentale, quello della privacy, che dovrebbe essere tutelato universalmente. Al di là delle responsabilità di Mark Zuckerberg, che di fatto ha permesso a questa società di analisi di accedere alle informazioni personali dei suoi utenti, diventando così partecipe di una delle più grandi violazioni di dati della Storia, c’è l’urgenza di un discorso più ampio da mettere in atto, da elaborare. Un discorso che riguarda la manipolazione mirata, quell’interesse nell’entrare e scoperchiare la nostra identità digitale allo scopo di orientare, persuadere, influenzare le nostre scelte (personali, sociali, politiche). Qui però non si sta parlando di un’eventualità, di un pericolo o di una minaccia, di una cospirazione o di un complotto, si parla di una realtà che sta già avvenendo e che ha luogo tutti i giorni, in qualunque momento. La nostra vita digitale è in vendita, è una merce che con l’uso distorto della tecnologia si trasforma in un’arma contro noi stessi se in balia di un mercato senza freni, il cui modello economico è fondato sullo sfruttamento del privato.

Precisare che degli 87 milioni di utenti coinvolti nello scandalo Facebook 214 mila sono italiani non è solo dovere di cronaca o qualche forma dovuta di patriottismo. Aiuta a capire, nel caso non fosse ancora chiaro, non solo quanto sia vicina al nostro vivere questa vicenda, ma quanto questa coinvolga tutti senza esclusioni geografiche. Una deriva che impone un ritorno alla privacy intesa come tale, e non come strumento alla mercé del miglior offerente. Noi come istituzione europea dobbiamo pretendere che sia fatta chiarezza sulla vicenda e che vengano tutelati i diritti dei nostri cittadini. A questo riguardo Zuckerberg comparirà davanti alla Commissione Europea l’11 aprile, per dare le sue spiegazioni su quello che è apparso come un meccanismo fraudolento di ‘ingegneria elettorale’ degna di Orwell.

La narrazione distopica lascia spazio alla realtà, ma il rischio potrebbe davvero assumere le sembianze della deriva totalitaria se il potere decisionale del singolo individuo fosse del tutto annullato dalla manipolazione virtuale, e la sua identità barattata in nome di una tecnologia che non sempre viene utilizzata per il progresso sociale.

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