Il luogo che non conta

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12 Maggio 2018 Focus Sud Italia

Il degrado ambientale è generatore di disagio socio-economico. Le periferie, luoghi che ‘non contano’, sono l’humus dove cresce la distanza tra il cittadino e le istituzioni, assenti o se presenti inadeguate, senza voler dare giudizi di valore a tal proposito, dove si evidenzia per gli abitanti un’assenza di riconoscimento del proprio ruolo nella società. Detto con una parola: emarginazione. Problema sociale grave che, dovendo puntualizzare, nel nostro Mezzogiorno è più che mai presente.

In termini di consenso politico tutto questo si trasforma in un voto contro, contro le “élite”, riconosciute quali responsabili dello stato di abbandono. Un voto, questo, che può innescare una dinamica di tipo autoritario. E il pericolo oggi è forte, potremmo dire anche presente.

La “questione meridionale” nel nostro Paese, dal 1861 sino a oggi, è stata questione di pensieri e dibattiti politici, il divario fra Nord e Sud in termini di produzione industriale, agricola e di sviluppo economico passa attraverso il grave degrado della vita amministrativa e dei sistemi di potere locali, l’insufficienza dello Stato nel Mezzogiorno e i correttivi realizzati con una serie di riforme in materia economica, sociale e amministrativa sono risultati non risolutivi a equilibrare una forbice che si apriva sempre più. Lo stallo e l’assistenzialismo erano due mani che si chiudevano a cerchio.

Dobbiamo smettere di costruire ‘periferie’, dobbiamo smettere di pensare ‘le periferie’, ossia pensare ai ‘bordi’ delle città, a quelle forme di abitazione marginale, luoghi dove il centro non è più centro e la campagna non è ancora campagna. Una specie di zona limbo dove nulla è realmente preciso, forse, tragicamente, tranne lo spazio deputato a dormire.

Uno sviluppo senza progresso, ecco quello che è successo fino ad oggi. Quindi in un meccanismo complesso come lo sviluppo economico e sociale quali sono le possibili correzioni e le possibili linee guida per rendere le periferie a tutti gli effetti nient’altro che ‘un’ luogo della città? La bellezza non è sufficiente. Quello che conta è colmare il gap, il divario culturale delle disuguaglianze. E come? Con la politica. Con quella politica che si è allontanata dal rapporto col territorio, che non ri-conosce i bisogni del territorio e dei suoi abitanti, che non è (più) ‘competente’ nel risolvere problemi che invece, proprio in quanto politica le competono. Una politica a misura d’uomo, come si dice, che si fa promotrice di iniziative tecnico-culturali fondamentali per uno sviluppo organico della città metropolitana, non la città dormitorio, non le innovazioni di stabili moderni calati nel tessuto preesistente come cattedrali nel deserto, falsi simboli della modernizzazione, non con l’abbandono di una società ‘periferica’ fatta di donne, uomini e bambini, trascurata, sbarazzata, lasciata ad un processo, indotto, di autodistruzione. Questo luogo urbanizzato oggi non è più che un palinsesto storico-architettonico dove l’accumulo non è solo urbanistico ma ideologico. E noi sappiamo che l’accumulo genera solo ‘rifiuti’. Tornando all’inizio, potremmo dire rifiuto al voto. Al voto consapevole.

Ma questi concetti vanno condivisi prima dalle persone, ossia dai diretti interessati, da chi fruisce (anche in negativo) gli spazi e i servizi, non raggelati nei convegni e poi realizzati nei modi e nei tempi necessari. Oggi è l’urgenza il tempo necessario. Ci servono nuovi modi di co-progettare i bisogni dell’esistente, e quindi meccanicamente del futuro, come forma estesa, dovuta, di democrazia. Bisogna aprire spazi di confronto con i cittadini, per dare parola a chi è portatore di valori di origine antropologica, valori da non dimenticare per costruire un futuro possibile sapendo bene che solo la garanzia di libertà di esprimere il proprio pensiero sulla base delle proprie esperienze è il fondamento culturale e sociale per la conoscenza del territorio e dei suoi bisogni reali. Da qui bisogna ripartire.

A questo punto una (nuova) politica s’impone, ma può essere realizzata solo con la collaborazione degli abitanti di questi luoghi, insieme a chi questi luoghi li vive nel quotidiano e nel tempo, nella consapevolezza di tutti che si stia lavorando (finalmente) per la stessa città, non per una periferia ma per un luogo che conti.

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