La responsabilità di una classe dirigente

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21 Gennaio 2019 Diario Europeo

Brexit è l’esempio chiaro e lampante dei rischi ai quali può portare una separazione dall’Unione Europea – sia per i cittadini, sia per le economie. Rischi che, inevitabilmente, si trasformano in conseguenze catastrofiche che colpiscono senza fare sconti, e che ci insegnano – o, perlomeno, dovrebbero farlo – l’importanza di un’Europa unita e quanto sia vitale farne parte.

A leggere l’articolo di ieri a firma Sergio Fabbrini, il monito si fa evidente per il nostro Paese, nel quale gli esponenti della maggioranza continuano a propagandare un’uscita dall’UE anche di fronte al risultato drammatico di un Regno Unito in crisi e che dovrà aspettare anni prima di tornare a una condizione economica ‘normalizzata’. Un atteggiamento per definire il quale Fabbrini usa l’aggettivo “singolare” e che io chiamerei “sconsiderato”: dagli errori, anche da quelli altrui, si dovrebbe imparare – concetto semplice, elementare se vogliamo, ma più che mai attuale.

C’è l’urgenza di ripensare l’Europa. Se ne parla, se ne scrive, ma come? Secondo noi, bisogna creare delle grandi ‘famiglie europee’ – e con questo termine intendo delle grandi alleanze culturali, perché la politica è parte integrante della cultura di un popolo, parte integrante di un pensiero che, poi, diviene politico nel sociale, con tutti i suoi indotti.

Anche se siamo uno ‘Stivale’ immerso nel Mediterraneo, il destino della nostra nazione non è staccato dal continente europeo, non è staccato dalla sua Storia passata e presente, che ha visto negli ultimi anni del secolo scorso la nascita della formazione dell’Unione Europea. Anzi, possiamo dire con certezza che il nostro destino è sempre più legato all’Europa. (Certamente: quella Europa che andremo a ricostruire.) Nel caso contrario, saremo una deriva politica e sociale, una specie di Nave dei Folli come quegli strani battelli, tra letteratura e realtà, che agli inizi del ‘500 trasportavano il loro carico insensato vagando tra i fiumi della Renania. Ma sarà molto meno letterario e nient’affatto affascinante. Siamo europei – e questo lo dobbiamo dire con forza, dirlo a noi stessi e dirlo a quelli che cercano di trovare cavilli sociali, etnici, politici o razziali per cercare di intorbidire le acque, per creare malcontenti pilotati e confusione generale. Governi compresi.

Per quanto complesso possa sembrare, per quanto faticoso possa apparire, dobbiamo capire che questo è l’unico modo di ottenere la stabilità del continente europeo. Anche nel confronto col resto del mondo.

Non possiamo dimenticare la volontà politica di chi ha fondato l’Unione Europea, e non possiamo dimenticare che oggi siamo, in quanto Unione, uno spazio di libertà, uno spazio di diritti. E questo al di là di qualsiasi polemica e al di là delle tensioni alimentate da chi, nell’Europa, si fa foraggiare per poi, con scarso senso del pudore, attizzare focolai di discordia.

Non stiamo a dare dati e percentuali di quello che l’economia dell’Europa rappresenta nel mondo, ma certamente a nessuno sfugge il paragone con la situazione prima dell’euro e nemmeno la concentrazione della spesa sociale rispetto agli altri continenti. L’Europa è il centro della civiltà dell’Occidente e, come tale, ha dei diritti di vita, di prosecuzione culturale, che oggi è anche produttiva, scientifica ed economica. Pena l’estinzione.

La democrazia, concezione politica fondata sul principio della sovranità popolare, ha per sua origine etimologica demos (popolo) e cratos (potere) e, in questi tempi certamente non luminosi, è facile avere la vista offuscata. Bisogna ridare la vista alle popolazioni europee, affinché riconquistino il loro status di cittadini di uno stesso continente – e, per poter riuscire in questo, la nostra politica deve creare delle grandi aggregazioni europee e non ‘salvaguardare’ l’orticello di casa, per poi perdere i grandi parchi comuni. Ci può salvare solo l’umanesimo, solo quella visione intrisa di classicità, da difendere contro la nuova barbarie.

Le prossime elezioni europee saranno dunque decisive: la chiamata a raccolta è per i Partiti politici ma ancor più per le grandi coalizioni di pensiero di area libertaria, per ribadire l’importanza vitale dell’unitarietà europea. Coalizioni che saranno decisive se riusciranno a fare opinione, a coinvolgere i cittadini, il mondo del lavoro e della cultura, nella consapevolezza che il cambiamento è raggiungibile solo con uno schieramento unitario al di sopra delle parti e per un obiettivo comune.

La responsabilità di una classe dirigente oggi è ripensare l’Europa, facendo attenzione a non ripercorrere gli errori altrui.

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