La soluzione non è l’assegno, ma il lavoro

I dati Svimez pubblicati stamattina da La Repubblica non devono rimanere soltanto una notizia deplorevole, dalla quale distrarsi già domattina. Serve un colpo di reni di tutta la Politica per uscire da questa situazione, che vede milioni di Italiani esclusi da tutto – a cominciare dalla dignità.

Vogliamo sviluppo e innovazione tecnologica, ed è giusto. Vogliamo aiutare i disperati che ci chiedono di essere salvati, ed è giusto. Siamo uno dei Paesi più solidali e generosi in assoluto, ed è giusto. Ma non possiamo continuare a non occuparci dei 5 milioni di cittadini che vivono nella povertà assoluta – dei quali quasi la metà nel Mezzogiorno – o del fatto che, al Sud, la povertà relativa è più che tripla rispetto al resto del Paese mentre il reddito è quasi la metà. Non possiamo continuare a vivere nel paradosso di avere altissimi punti di eccellenza italiana e, contemporaneamente, situazioni di vera desolazione e pressoché totale abbandono. Navighiamo su Internet, siamo tra i più “digitali” e “social”, viviamo con lo smartphone in mano, parliamo di “Europa verde” e di case “intelligenti” ma, nel frattempo, sempre più Italiani cercano il cibo e i vestiti nei cassonetti, mangiano alle mense della Caritas e non possono prendersi cura di se stessi – figuriamoci dei loro figli. Pensiamo solo alle cure mediche, diventate un tabù per 13 milioni di Italiani, come testimoniano i dati del rapporto Demoskopika pubblicato a fine marzo. O alle spese abitative, i problemi dell’edilizia residenziale pubblica, gli appartamenti inagibili – come peraltro segnalato da FederCasa e dai sindacati nazionali degli inquilini nel documento sottoposto all’attenzione del Parlamento. E tutto questo mentre, secondo l’Istituto europeo di statistica Eurostat, siamo nei primi posti nella classifica dei Paesi membri come disparità di reddito, perché quello del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri.

In questi anni, tra Bruxelles e Strasburgo, abbiamo messo in atto diverse politiche di sostegno al lavoro e ai diritti sociali. Già attraverso l’accordo di Partenariato siglato dall’Italia per l’utilizzo dei fondi strutturali (Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale), sono stati destinati 3,1 miliardi di euro all’obiettivo di riscattare 20 milioni di persone dal rischio di povertà entro il 2020 e raggiungere un tasso di occupazione del 75% nella fascia di età tra i 20 e i 64 anni. Per l’Italia, questo significa 799 milioni per le Regioni più sviluppate, 130 milioni per quelle in transizione e 2,3 miliardi per quelle meno sviluppate. Questo “vincolo di destinazione” non è la sola misura di incentivazione finanziaria volta a contrastare la povertà: fin dal 2007, la Commissione europea ha integrato tutti i programmi comunitari di finanziamento diretto esistenti nel settore dell’occupazione e degli affari sociali nel programma “Progress”, rendendo ancora più chiaro e forte l’obiettivo di dedicare risorse specifiche per creare occasioni di lavoro a favore di persone in povertà; ulteriormente razionalizzato, “Progress” è diventato uno dei tre assi nell’attuale programma EaSI per il periodo 2014-2020. Di più: ad aprile 2017, proprio per ottenere migliori condizioni di vita, la Commissione ha inteso rendere i diritti sociali, della protezione e dell’inclusione, un pilastro dell’impegno comunitario. Infine – ed è notizia di ieri -, grazie alle iniziative del Gruppo S&D abbiamo ottenuto che la nuova programmazione del Fondo Sociale Europeo contenga nuove misure di protezione sociale: Garanzia per i Bambini – con un investimento di 5,9 miliardi di euro e l’obbligo per gli Stati membri di dedicare almeno il 5% delle dotazioni nazionali FSE per la messa in atto di questo intervento; Garanzia Giovani, con il raddoppio delle risorse e un aumento dal 10 al 15% dei fondi che i Paesi dovranno impiegare per combattere la disoccupazione; aumento dal 25% al 27% della percentuale di fondi da destinare all’inclusione sociale nei singoli Paesi e aumento dal 2% al 3% della percentuale di fondi da destinare alle persone in condizione di indigenza; provvedimenti specifici a favore delle persone con disabilità e, soprattutto, introduzione della possibilità di utilizzare il FSE+ per il sostegno al reddito minimo – come quello di inclusione (REI), introdotto in Italia dal 1° gennaio 2018 su proposta del Partito Democratico – o per rafforzare gli schemi nazionali per il contrasto alla povertà. Infine, stiamo lavorando affinché anche il FESR, in sinergia con le azioni messe in campo grazie al FSE, preveda misure specifiche di completamento, per migliorare anche la dotazione infrastrutturale in alloggi, scuole e servizi pubblici essenziali.

Ma tutto questo non basta.

Serve attenzione. Come quella di diversi Paesi europei che stanno già provvedendo al “social housing”, costruendo o recuperando intere strutture in spazi prima abbandonati – e il “Louis Blanc” parigino, il “Parkrand” di Amsterdam e il “Appartamento Carabanchel” di Madrid sono solo alcuni esempi. Un modello di perfetto equilibrio tra riqualificazione urbana ed edilizia ecosostenibile, che mette al centro la lotta all’emergenza abitativa.

Serve coraggio. Come quello del Sindaco di Dunkerque che, prendendo ispirazione dal ponte navale deciso dagli Inglesi nel 1940, che salvò 300mila uomini dall’avanzata nazista, ha deciso – con il sostegno di 18 amministrazioni comunali e dell’imprenditoria locale – di rendere gratuiti i trasporti pubblici, con l’effetto di restituire il potere d’acquisto alla popolazione, favorire la mobilità, combattere l’esclusione sociale e fare tutto questo tutelando l’ambiente. Mezzi moderni ed ecocompatibili, compensazione degli incassi perduti dall’abolizione dei biglietti con tagli alla spesa pubblica, un contributo del 1,5% da parte delle aziende e risultati incredibili dopo soltanto un mese: ecco il segreto di circa una ventina di piccole città francesi e degli 200mila abitanti di Dunkerque, che ci dice che una “rivoluzione culturale” è non solo auspicabile, ma anche possibile.

Soprattutto, serve l’impegno concreto della Politica italiana, che metta a frutto le decisioni e le risorse europee, accompagnandole con interventi concreti a livello nazionale. Più che investire sui sogni e sui desiderata, più che impuntarsi sulle promesse elettorali anche quando smentite dai conti, dai fatti e dalle emergenze reali delle persone, serve dedicare almeno parte delle risorse pubbliche disponibili ai cittadini che non hanno accesso al minimo civile e decoroso. Perché la risposta non è l’assegno – presumibilmente piccolo, probabilmente solo per alcuni. Le persone non vogliono essere mantenute, ma avere un presente e un futuro che solo il lavoro può donare: un concetto che i Padri costituenti avevano così chiaro da parlare, nell’articolo 36, di una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La priorità vera è la vita delle persone, non la ricerca di consenso.