Trarre insegnamenti dalle esperienze passate per meglio rispondere alle sfide odierne.

È questa la premessa che, per quanto semplice possa apparire, deve accompagnare nel presente la nostra riflessione proiettata nell’avvenire. In questo senso è fondamentale che la politica di coesione possa disporre di un bilancio adeguato (anche in termini di esigenze), in considerazione dell’incremento dei compiti e degli obiettivi di tutte le regioni europee.

Esiste un dato di fatto: la settima relazione sulla politica di coesione ha evidenziato in modo chiaro gli effetti distorsivi che si sono scatenati in particolare sulle regioni meno forti presenti nel cuore dell’Unione Europea. Si tratta di quelle regioni che ne costituiscono il blocco fondativo senza le quali proseguire sulla strada della costruzione di un’Europa politica, oltre che monetaria, è impensabile.

Allo stato attuale, infatti, il persistere dei vincoli di bilancio dell’UE e dei bilanci nazionali, nonché le conseguenze della Brexit, rischiano di produrre un ulteriore indebolimento che potrebbe portare ad uno stravolgimento delle finalità che sono alla base dell’idea di coesione e degli obiettivi generali dell’Unione. Per questo motivo, pensando al post 2020, è assolutamente necessario garantire una transizione agevole e priva di barriere tra le due programmazioni (attuale e futura), al fine di consentire iniziative concrete in tutti gli Stati e le Regioni fin da subito.

Tutto questo però non si può fare senza che vengano introdotte delle modifiche sostanziali, in particolar modo al testo della Commissione che non può restare com’è se si vuole evitare di cadere nella stessa trappola in cui al momento ci troviamo. È proprio su questo che siamo chiamati a riflettere, sulla necessità di articolare proposte concrete che rispecchino la volontà di un’Europa che vuole essere presente, attenta e vigile, e che ha bisogno di riportare la politica di coesione a quello per cui è nata, con azioni che sottolineino l’importanza della dimensione territoriale e regionale evitando eccessive centralizzazioni. In questo senso, tre sono gli aspetti fondamentali che andrebbero introdotti nell’ottica di questa trasformazione.

Prima di tutto, la concentrazione tematica degli obiettivi deve essere riportata a livello regionale. La centralizzazione a livello nazionale potrebbe produrre un irrigidimento nella distribuzione territoriale degli interventi, soprattutto per i Paesi più grandi e con strutture amministrative federali, oltre che per le economie nazionali più frammentate e con maggiori tassi di disuguaglianze territoriali. Ripristinando la concentrazione tematica a livello di Regioni e non, come proposto dalla Commissione, a livello di Stati membri, si eviterebbe di centralizzare eccessivamente garantendo più flessibilità. In secondo luogo, per quanto riguarda gli obiettivi tematici sui quali dovranno essere concentrate le risorse, se da una parte è opportuno che una riserva minima venga sempre destinata all’ambiente in tutte le regioni, bisognerebbe lasciare più libertà di scelta agli Stati membri quanto al secondo obiettivo sul quale intervenire, per assicurare maggiore adattabilità alle esigenze e ai bisogni dei vari territori.

Il secondo punto che va preso in considerazione riguarda il ruolo della pubblica amministrazione e nello specifico l’esigenza che l’assistenza tecnica diventi complementare ad un progetto di rafforzamento e di rinnovamento della capacità amministrativa pubblica. I cittadini chiedono innovazione in questo ambito, attraverso la digitalizzazione, l’accessibilità e lo snellimento. Bisogna superare l’impianto per cui, a fronte di una spesa enorme in assistenza tecnica “esterna”, si garantisca esclusivamente di colmare carenze strutturali della pubblica amministrazione, senza provvedere però a misure che possano assicurare il superamento di queste stesse carenze.

Il terzo aspetto che va analizzato riguarda il rapporto tra politica di coesione e territori. Accanto alla riserva obbligatoria a favore delle aree urbane, bisogna introdurne una simile anche per le aree “non urbane”, ovvero quelle con problemi demografici, con barriere naturali o con difficoltà di accesso ai servizi di base. È questa la vera sfida che stiamo perdendo tutti insieme, come Europa e come Stati membri. È qui che si annidano e si radicano sentimenti antieuropei, come dimostrano i recenti risultati elettorali. Stiamo parlando di aree che non possono essere lasciate indietro, luoghi dove la crisi ha prodotto fenomeni di impoverimento (materiale e immateriale) e di calo demografico estremi che rendono necessarie urgenti misure mirate per arrestare la spirale negativa in atto.

Queste sono le basi per una nuova proposta concreta di miglioramento, che riporti la principale politica di investimento comunitario per l’occupazione e la crescita a funzionare adeguatamente, continuando a ridurre le disuguaglianze e contribuendo ad un’Europa più vicina ai propri territori, ai cittadini, alle imprese e ai giovani che ne rappresentano il futuro.