Investire nella terra è investire nel futuro

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26 Aprile 2019 Focus Sud Italia

I numeri della terra coltivata, forniti dalla Coldiretti, sono implacabili: soltanto nell’ultimo anno, sono scomparsi 100mila ettari, pari a 150mila campi di calcio. Le cause? Consumo del suolo, cementificazione, mancato riconoscimento del ruolo degli agricoltori come presidio del territorio – compressi i prezzi troppo bassi per il loro lavoro -, concorrenza sleale di prodotti esteri, squilibri nella fauna selvatica e conseguenze del cambiamento climatico, che alternano siccità a gelate e soprattutto bombe d’acqua. Nel frattempo, come testimoniato pochi giorni fa dall’Istat, l’orientamento all’agricoltura della spesa pubblica continua a diminuire – cioè, l’esatto contrario di quello che servirebbe, e con urgenza. E tutto questo mentre da un’analisi realizzata dalla Fondazione Edison emerge che, in ben 41 casi, l’Italia è tra i tre principali produttori agricoli dell’Unione, su un podio virtuale che divide con la Spagna e la Francia. Non solo: nel nostro Paese viene creato quasi un quinto del valore aggiunto dell’intero sistema agricolo comunitario – e questo mentre la nostra agricoltura, fatta da numerose produzioni di eccellenza, è quella che in assoluto riceve meno contributi pubblici.

Nell’inserire nella mia Relazione sui fondi per le Regioni e di coesione 2021-2027 il riconoscimento del ruolo dei Parchi, delle aree naturali protette e dei distretti turistici come importantissimi presidi del territorio contro l’abbandono e lo spopolamento, il ragionamento aveva contemplato anche la difesa del suolo e della biodiversità e, di conseguenza, la tenuta sociale ed economica delle nostre comunità. Perché non possiamo pensare a questi aspetti come se fossero separati: investire nella terra è investire nel futuro – lo stesso che alcuni nostri giovani scelgono quando, come è successo di recente in Basilicata, a studi finiti tornano e firmano i contratti con la Regione, mettendo quello che hanno imparato al servizio delle loro comunità.

Se i Comuni a rischio frane e alluvioni sono saliti a oltre il 90% del totale, se i prezzi dei prodotti agricoli non sono ancora giusti o se c’è ancora concorrenza sleale – fenomeno contro il quale, di recente, abbiamo ottenuto in Europa una grande vittoria -, possiamo e dobbiamo intervenire, presto e bene. Anche con una nuova Politica Agricola Comune europea, che recuperi le piccole fattorie e le piccole aziende e non lasci la produzione soltanto nelle mani delle grosse imprese, cioè della categoria più devastante dal punto di vista ambientale.

L’Europa c’è, e le sue ultime decisioni lo hanno dimostrato: ora tocca a ciascun Paese pensare al futuro, lavorando insieme per un Italia più forte in un’Unione più forte.

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