Gli Stati Generali: “Cozzolino: Senza l’Unione europea, il nostro Mezzogiorno morirebbe”

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14 Febbraio 2019 Comunicati e Rassegna Stampa

«Se non ci fossero state le risorse comunitarie, in questi anni di crisi, il Mezzogiorno italiano non avrebbe potuto contare su investimenti pubblici. I fondi europei sono l’ultima ancora di salvataggio per un territorio che – in termini di occupazione, infrastrutture e spopolamento – è tra i più arretrati del nostro continente perché più ha pagato le scellerate scelte di austerity».

Napoletano, classe 1962, dal 2009 parlamentare europeo, meridionalista convinto e altrettanto sostenitore di un’Europa come spazio ideale per la crescita sociale prima ancora che economica, Andrea Cozzolino da anni ha è impegnato a dimostrare come le aree del Sud in Italia abbiano pagato il prezzo più alto della crisi economica. Nel saggio “Da Napoli a Bruxelles – Dieci tesi per superare la crisi da sinistra” (2013, Datanews Editrice srl) incrocia il fallimento del regionalismo italiano con le politiche di austerità, la cui origine sta nel trattato di Maastricht, per spiegare come il divario tra Nord e Sud sia aumentato.

Cozzolino, tuttavia, non è tipo da rimanere in attesa che le soluzioni calino dall’alto, come per magia. Fin da giovanissimo si è speso in arene tutt’altro che semplici, come al liceo di Torre del Greco, in Provincia di Napoli – dove fondò l’Associazione degli studenti napoletani contro la camorra in un’epoca, la seconda metà degli anni Settanta, in cui la sensibilità verso questi temi era lontanissima rispetto ai canoni attuali. Eletto per la prima volta al Parlamento europeo nel 2009 e rieletto nel 2014, è vicepresidente della Commissione parlamentare per lo Sviluppo Regionale (ReGi) e relatore del Parlamento per il regolamento sul Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – uno dei pilastri della politica di coesione europea e anche principale obiettivo di chi vuole riformare il bilancio dell’Unione, riducendo il peso sulle casse comunitarie dei fondi destinati alle Regioni.

Nel corso del 2018, il dibattito tra la Commissione europea – che ha promosso una riduzione drastica dei fondi nella programmazione 2021-2027 – e i parlamentari dei Paesi che più si avvantaggiano delle misure di coesione è stato acceso. In Parlamento si è aperto anche lo scontro sull’eventualità di collegare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dei vincoli di bilancio da parte dei Paesi membri, la cosiddetta “macrocondizionalità economica” richiesta dal Partito popolare e osteggiata dai socialdemocratici.

«Sarebbe stata una sciagura», afferma Cozzolino. «Regioni ed enti locali rischiavano di vedersi sospendere i fondi europei non per responsabilità proprie ma delle politiche del proprio Stato. Ho presentato, a nome del Gruppo Socialisti e Democratici, due emendamenti correttivi al Regolamento che norma i cinque Fondi strutturali e di investimento dell’Unione ed entrambi sono stati votati con un’ampia maggioranza: le risorse per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione nelle nostre Regioni sono state liberate».

Gli Stati Generali – Attualmente, un terzo del bilancio UE è rappresentato dalla politica di coesione: sarà così anche per la prossima programmazione?

Andrea Cozzolino – “Sì” nel senso che avremo meno risorse a disposizione per tutte le aree di intervento tradizionali, agricoltura e fondo sviluppo regionale ma, a fronte di un taglio tra l’8 e il 10 per cento, rafforziamo il programma InvestEU, un fondo di garanzia che libera significative risorse in combinazione con i fondi comunitari e questo, in parte, ci aiuta a coprire il taglio. Certo, non siamo pienamente soddisfatti. La riduzione delle risorse è dovuta prevalentemente all’uscita della Gran Bretagna, che farà mancare 15 miliardi di euro e, proprio per questo, avevamo più volte sollecitato gli Stati ad aumentare il proprio contributo, perché l’efficacia dei fondi europei è dimostrata anche rispetto agli investimenti nazionali. In questo contesto, però, va sottolineato come l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno non perderanno risorse rispetto alla scorsa programmazione ma, anzi: alcuni criteri come disoccupazione giovanile ci consentiranno di avere maggiori disponibilità per circa 3 miliardi e un totale di 39 miliardi di euro nei sette anni. Il Parlamento ha spinto molto in questo senso. Il “trilogo” (negoziato con i rappresentanti della Commissione, del Consiglio e del Parlamento per raggiungere un compromesso su un testo legislativo – ndr) sul bilancio non si è chiuso, e speriamo che gli Stati facciano un accordo prima delle elezioni europee.

GSG – Quali benefici concreti hanno avuto l’Italia e le Regioni italiane da queste politiche? È possibile fare qualche esempio?

AC – Invertiamo la domanda. Che cosa non avremmo fatto e come sarebbe la situazione senza i fondi? In questi anni, se non ci fossero state le risorse comunitarie, avremmo avuto una contrazione degli investimenti pubblici, sostanzialmente ridotti all’osso – soprattutto nel Mezzogiorno. Quando parliamo di infrastrutture, ricerca, porti e aeroporti, formazione professionale, alta velocità, programmi innovativi nella scuola, tutto questo senza i fondi europei sarebbe impossibile da realizzare in gran parte del Paese. Il limite, semmai, è dato dal fatto che stanno diventando sostitutivi rispetto ai fondi nazionali, con tagli in particolare nel Sud che, difatti, hanno reso più complicata l’uscita dalla crisi economica.

GSG – Alle risorse europee vanno aggiunti oltre 31,2 miliardi di cofinanziamenti nazionali, ma molti osservatori continuano a sollevare critiche sul loro reale utilizzo: saprebbe spiegarci il motivo?

AC – C’è un ridimensionamento. Fino al punto che, quando si chiede alla Commissione di usare solo il rigore, lo si fa a scapito dei finanziamenti pubblici. La tragedia vera è che, ormai, non c’è più una politica nazionale per il Mezzogiorno. Le Regioni del Sud hanno contribuito più di altre aree al contenimento della spesa pubblica e del debito e stanno pagando, dal punto di vista sociale, un prezzo altissimo in termini di disoccupazione giovanile, femminile, riduzione dell’apparato produttivo e industriale, emigrazione e spopolamento. Per la programmazione 2021-2027 c’è però un’altra novità, contenuta nel secondo emendamento che avevo presentato e votata il 13 febbraio dal Parlamento: d’ora in poi, come chiedevamo da diversi anni, gli Stati potranno derogare al Patto di stabilità e utilizzare quote di flessibilità per cofinanziare i fondi strutturali. In altre parole, la quota di cofinanziamento che i Paesi membri metteranno sui fondi europei non verrà calcolata ai fini del Patto di stabilità. È una misura corretta – perché si tratta di investimenti per progetti di sviluppo e non di spesa corrente – e, allo stesso tempo, è una leva per quei Paesi come l’Italia, fortemente indebitati e che più di altri hanno necessità di rilanciare gli investimenti pubblici.

GSG – A due anni dalla fine della programmazione 2014-2020, i dati pubblicati dalla Commissione non sono entusiasmanti: del Fondo per lo Sviluppo regionale, è stato impegnato il 66% ma i pagamenti sono fermi all’8%, mentre del budget complessivo europeo è stato impegnato solo il 54% e i pagamenti restano al 14%. Ce lo può spiegare? 

AC – Di fatto, stiamo utilizzando le risorse della nuova programmazione solo a partire dal 2018: la programmazione 2007-2013 è stata chiusa a marzo del 2017, quando è stato rendicontato l’ultimo euro. È un problema anche di altri Paesi ma, in Italia, il cosiddetto N+3 – cioè la regola che consente di chiudere l’iter di attuazione dei progetti dei programmi cofinanziati dall’Ue tre anni più tardi rispetto al ciclo di programmazione – è stato molto stiracchiato. Direi che è stato portato alle estreme conseguenze.

GSG – Quali sono, secondo Lei, le ragioni per le quali Napoli – la Sua città – risulta abbia speso solo un miliardo su 2,8 miliardi disponibili dal 2007 e in quasi dodici anni non abbia concluso nemmeno uno dei 113 progetti monitorati da OpenCoesione?

AC – C’è una debolezza storica nell’utilizzo delle risorse, che si è accentuata negli ultimi anni nell’amministrazione di Napoli. Non c’è un ufficio, non c’è struttura dedicata come succede a Bari e Reggio Calabria, e questo ha provocato ritardi ulteriori sia nella programmazione, sia nell’utilizzo delle risorse. Ci vuole una volontà politica che non può non stare in capo all’amministrazione. Vista la debolezza strutturale, bisognerebbe fare due cose: il sindaco dovrebbe rivolgersi alla Commissione europea e richiedere un contributo per allestire un ufficio. È nell’interesse europeo che le importanti risorse destinate a Napoli vengano utilizzate al meglio per completare opere ferme da anni, per ristrutturare il Centro storico e per fare del porto cittadino un volano di sviluppo, quindi sono convinto che una richiesta di supporto troverebbe ascolto. Del resto, proprio recentemente la Commissione ha acconsentito a una riprogrammazione dei fondi per Napoli, in accordo con la Regione Campania, proprio per evitare che l’inattività del Comune comportasse la perdita di risorse importantissime; in secondo luogo, ci vorrebbe una maggiore concertazione con gli altri enti e soggetti del territorio ma, a mio avviso, si è sottovalutato l’impatto significativo che i fondi possono avere su una realtà come Napoli.

GSG – È necessario – come sostiene la Commissione europea – centralizzare tutte le programmazioni a livello nazionale per rendere più efficiente l’utilizzo dei fondi oppure è sufficiente intervenire a livello regionale e locale? Se sì, come?

AC – Queste politiche sono immaginate per essere al servizio dei cittadini, per un rapporto molto forte con i territori e con le loro esigenze. Come detto per Napoli, ci vuole un maggiore coordinamento e una capacità di selezione degli interventi da parte degli Stati, ma il ruolo delle Regioni e degli enti locali rimane insostituibile. Anche perché vedo il rischio, in particolare in Italia, che i fondi europei sostituiscano gli investimenti nazionali. È già successo per le Regioni del Sud ed è un errore che non possiamo permetterci di replicare a livello nazionale. Se no, viene meno un principio del trattato: la sussidiarietà, che si fonda sul protagonismo e sulla responsabilità diretta delle autonomie locali e non sulla semplice esecuzione di programmi decisi altrove. Questa è la sussidiarietà europea.

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