Autonomia: Chiarezza, responsabilità ed equità oppure danni a tutto il Paese

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12 Febbraio 2019 Focus Sud Italia

È una delle “battaglie” della Lega fin dalle sue origini – ed è sbagliata. Un po’ negli scopi, molto nei modi, moltissimo nelle conseguenze.

Il 15 febbraio verrà messa in scena. Probabilmente, con tanto di cerimonia, bandiere e stilografiche ufficiali, a uso e consumo delle telecamere. Poi, diventerà oggetto di un dibattito parlamentare già reso inutile, senza essere prima sottoposta ai cittadini e nemmeno discussa nella Conferenza delle Regioni. Potrà, così, venire approvata attraverso una legge ordinaria, che nessuno avrà modo di conoscere e che il Parlamento – visti i numeri – non potrà nemmeno modificare. E tutto questo in nome di un sostanziale, profondo egoismo, alimentato da oltre vent’anni di parole di disprezzo, spesso volgari, nei confronti di un intero Mezzogiorno dipinto come fannullone e parassitario, che i lavoratori e i contribuenti del Nord devono poter finalmente scrollarsi di dosso.

Per come è fatta, il rischio di danneggiare ulteriormente dei territori già colpiti è altissimo, con conseguenze sociali enormi. A meno che la richiesta avanzata da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, invece di una controproducente – e vedremo in seguito perché – secessione de facto raccontata come “autonomia differenziata”, non diventi una grande opportunità: quella di riprendere in mano la legge 42 del 2009, peraltro rimasta lettera morta, e superarne le distorsioni nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali. In altre parole, rendere chiare finalità e regole, mettendo insieme responsabilità ed equità.

Intendiamoci: in sé, l’autonomia significa una gestione della cosa pubblica più vicina ai cittadini. Ma i Livelli Essenziali delle Prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (sanità, istruzione, mobilità) devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale – il che significa intervenire per riequilibrarli, con tutti gli investimenti necessari, a cominciare dalle infrastrutture strategiche, dall’energia e dall’ambiente. Perché la verità è che, in questi anni di legge 42, nei quali la mancata definizione dei LEP ha reso impossibile determinare il cosiddetto “fabbisogno standard”, il risultato è stato una fortissima penalizzazione del Sud. Non solo: la perequazione, di competenza statale, è stata inesistente – fatto che ha alimentato una crescente disuguaglianza proprio nei diritti di cittadinanza del Mezzogiorno. Dire che i livelli di erogazione dei servizi da garantire sono “quelli esistenti” anche laddove quelli esistenti sono infimi o nulli, nel migliore dei casi è un illusione – nel peggiore, pura ipocrisia. Affinché la competizione sia uno strumento di vera crescita, essa presuppone che i partecipanti siano nelle stesse condizioni di partenza e corrano alla pari, mentre il Sud, proprio per la decennale inerzia a rendere pienamente operativa la legge, non possiede oggettivamente gli stessi strumenti. Oltretutto, la segretezza che ha caratterizzato negli ultimi mesi le trattative tra le tre Regioni e il Governo, il non aver nemmeno risposto alla richiesta della Regione Campania di partecipare alle discussioni in corso e l’essersi limitati a qualche comunicato Stampa di rassicurazione da parte del Ministro competente non testimoniano né chiarezza degli intenti, né dovuto rispetto nei modi.

Il rituale della firma del 15 febbraio sarà un sancire formalmente che i diritti garantiti sono commisurati alla forza dei territori, anche se finora penalizzati proprio dalla legge in vigore. Una legittimazione del “sovranismo regionale” travestito da premio per la “virtuosità”. Con una presunzione in più: quella di non considerare che una vera secessione significherebbe accollarsi anche una quota di debito pubblico del quale anche le tre Regioni sono titolari e sul quale percepiscono interessi: una brutta figura sui mercati finanziari, che porterebbe il rapporto debito-PIL oltre al 140%, costringendole a politiche “lacrime e sangue”. Più che una “secessione dei ricchi”, una dei “nuovi poveri”.

Infine ma non da ultimo: la Costituzione afferma un principio di equità orizzontale, in nome del quale il cittadino ha gli stessi diritti e doveri a prescindere dal territorio. Da lui si chiedono le stesse imposte, in proporzione al reddito, e a lui vanno garantiti gli stessi diritti di cittadinanza, in nome di un’uguaglianza che non può e non deve essere messa in discussione. La Costituzione “à la carte”, da manipolare o ignorare a piacimento, è per gli arruffapopoli, che pensano di parlare agli elettori-consumatori e non ai cittadini.

Le ragioni non mancano. Determinazione, dignità e coraggio – nemmeno. La Campania e la Calabria sono pronte alla sfida, a difesa dei propri cittadini, dell’intero Sud e di tutto il Paese.

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