Uscire dagli stereotipi significa anche cercare un approccio diverso con l’obiettivo di individuare interventi adeguati. Nell’ambito della ricerca sul tema della riqualificazione e rigenerazione urbana, profondamente legato alle disuguaglianze sociali, questo deve tradursi in un percorso volto a fornire strumenti utili alle politiche e proposte concrete che abbiano il potere di cambiare le cose in funzione del benessere di cittadini e territori interessati. In quest’ottica, la costruzione di un percorso partecipato assume un’importanza fondamentale, così come la volontà di abbandonare modelli e concetti ormai superati.

All’inizio c’erano le città. Che a loro volta traevano sostegno dal lavoro delle campagne, da un sistema agricolo coordinato su territori abbastanza vasti e lontani tra loro. Questa esigenza portò a forme di organizzazione sociale sul territorio che diedero vita alla città, con caratteri precisi quali la concentrazione spaziale e l’organizzazione sociale.

Non è cambiato molto il problema oggi, abbiamo la stessa esigenza di formare aggregazioni collettive in un unico luogo, in un territorio che rappresenti per i suoi abitanti la vita sociale, quella lavorativa e relazionale privata. In uno, il senso dell’umana ‘appartenenza’.

La sedimentazione della Storia ha creato nei secoli quello che gli inglesi chiamano la “City”, ossia l’agglomerato urbano che determina il borgo più antico della città, e anche per noi nel secolo appena trascorso, e in Europa, la missione era stata salvare i centri storici. Lavoro fatto, e fatto anche piuttosto bene. Ora, però, la missione di questo nuovo secolo è salvare’ le periferie. Ma perché? Perché salvarle? Cosa è successo nel corso del tempo? E qual è il concetto di periferia? Sono le borgate pasoliniane? Sono quelle stranianti nei film di Godard, quelle derive edilizie degli anni Sessanta a Parigi, distanti pochi chilometri dallo scintillio della Tour Eiffel, sono il serpentone lungo un chilometro di Corviale a Roma, le ‘Vele’ a nord di Napoli e i territori all’est? Come possiamo salvare un concetto che fino ad oggi ha sempre creato solo ghetti?

Ricordiamoci che le periferie sono ciò che parlerà di noi e quello che lasceremo ai nostri posteri. Questo potrebbe definire il senso morale del nostro tempo.

In questa prospettiva il modello classico centro/periferia appare superato, una concezione arcaica, uno schema mentale dal quale probabilmente si dovrebbe uscire per abbracciare un’innovazione sociale e culturale fondamentale che deve investire prima di tutto nelle persone per rispondere ai bisogni reali degli abitanti. Per individuare interventi concreti sarebbe più giusto parlare di centralità/marginalità nell’urbano contemporaneo, smettendo di concepire le periferie come ricettacolo di disagio e iniziando a considerarle come parte di un tessuto sociale da ricostruire. Da qui l’enorme importanza di (ri)costruire una comunità per il (ri)lancio dello sviluppo nelle periferie, ovvero in quelle zone in cui le disuguaglianze sono più forti. Ma in che modo? Creando occasioni di confronto raccogliendo le esperienze dirette dei cittadini, aprendo al dialogo, per fare sistema e organizzare politiche in grado di adattarsi alle esigenze di chi vive lo spazio nella realtà di tutti i giorni.

Renzo Piano, architetto attento a questi problemi dice che “La sfida dell’architettura è salvare le periferie” e aggiunge: “Qualcosa si muove anche da noi, si va nella direzione giusta. La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie, se non ci riusciamo sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale”. Ecco il tema finalmente preso per il suo verso giusto. Ma cosa vuol dire in realtà? Significa che quando lavori in una città devi diventarne parte, per sentirla e capirla, in qualsiasi parte del territorio tu abiti o lavori. Soprattutto nei sobborghi, dove fino ad ora è sempre stato tutto più difficile, dove i giovani non vedono l’ora di scappare per raggiungere luoghi che a loro appaiono diversi. Non perché il loro habitat non piace ma perché non racchiude, non realizza quella forma sociale, lavorativa e relazionale di cui si è detto.

La questione della qualità dei servizi ‘periferici’ quindi, tanto estetica quanto funzionale, diventa allora una questione urgente. Tanto più urgente quanto più veloci sono i cambiamenti che stiamo vivendo. La riqualificazione del territorio è il ristabilire l’integrità strutturale dei suoi abitanti, è alla politica che si chiede questo compito, ed è la politica che deve creare le condizioni necessarie per la sua collettività. Una rigenerazione urbana e umana.