In Italia il fenomeno dello sfruttamento della manodopera a basso costo è un problema diffuso, nel nostro Mezzogiorno come nel resto del Paese. Situazione intollerabile per chi la subisce, per chi (pur non essendo coinvolto in prima persona) la condanna con forza indignandosi, per chi fatica anche solo a concepire una tale mancanza di umanità, esattamente come intollerabile dovrebbe essere il disinteresse di fronte a una condizione del genere. Eppure è proprio di disinteresse che oggi sembra parlarci il presente.

Caporalato. Una singola parola che racchiude un mondo fatto di miseria (morale nonché materiale), che evoca una realtà drammatica nel suo essere anacronistica, che ci riporta ai tempi in cui gli uomini venivano ridotti in schiavitù da altri uomini che di umano avevano ben poco. Vale lo stesso anche oggi. La pratica in questione si basa sullo sfruttamento criminale di persone che, dopo essere state reclutate dal “caporale”, vengono messe a lavorare in nero nei campi o nei cantieri edili senza garanzie di sicurezza e senza diritti sanitari, di riposo e di compenso. Manodopera ‘alla giornata’, reclutata in punti nascosti, scelti strategicamente, braccianti e operai sottopagati e a rischio per la propria salute e incolumità, spesso ingannati con false promesse che fanno leva sulla disperazione e sull’estremo stato di bisogno.

Nonostante sia considerato reato penale, gli ingranaggi di questo sistema illecito non cessano di girare, come ci dimostrano i fatti che purtroppo negli ultimi giorni hanno riempito le pagine della nostra cronaca. In particolare, la vicenda di Soumayla Sacko, ventinovenne maliano ucciso nel Vibonese da un colpo di fucile alla Fornace, fabbrica abbandonata nella zona di San Calogero. Assieme ad altri due uomini (uno rimasto ferito, l’altro illeso) stavano cercando vecchie lamiere e altro materiale utile per costruire un riparo di fortuna, quando un uomo armato è sceso dalla sua macchina e ha iniziato a sparare contro di loro da lunga distanza. Il giovane Sacko era un attivista sindacale dell’Usb, che da sempre si batteva per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro e costretti a vivere in condizioni precarie nella tendopoli di San Ferdinando, ghetto di baracche e tende di fortuna. Una realtà che ho toccato con mano, tanto drammatica da sfuggire ad ogni senso di umanità.

L’episodio va ad aggiungersi a ciò che è successo a Ragusa, con i cinque recenti arresti nell’ambito di un’indagine legata al traffico di esseri umani e allo sfruttamento lavorativo. Un’altra storia drammatica di caporalato in cui le vittime (13 in totale), private dei propri documenti, in cambio del lavoro nei campi ricevevano vestiti trovati nella spazzatura, cibo scaduto e alloggi fatiscenti. Alcuni di loro, minorenni, erano anche costretti a prostituirsi. Prigionieri, e sfruttati oltre l’immaginazione.

Tutto questo dovrebbe suscitare grandissima preoccupazione non solo nella gente comune, ma anche in chi è chiamato a governarla (e con essa a governare anche ciò che accade). Invece in pratica ci si è accontentati di farne solo menzione, senza altro aggiungere. Non si parla, sia ben chiaro, di fare proclami, che lasciano spesso il tempo che trovano. Si tratta di fare proposte concrete (o per meglio dire soluzioni, che di questi tempi sembrano così facili da trovare nell’arte del governo alla ‘siamo meglio noi’) per combattere un problema grave, che non si può decidere di ignorare.

Il compito è di chi, oggi, ha il dovere e la responsabilità di fare qualcosa, e soprattutto non di mostrare disinteresse concentrandosi invece su violente dichiarazioni da campagna elettorale condite da voce grossa, che non fanno altro che scaldare gli animi e nulla più di questo. Per governare non basta avere le mani sul timone se non si agisce con cautela e non si presta la giusta attenzione. La differenza è tra chi riflette, ovvero chi si interroga, e chi si preoccupa solo di osteggiare, dando prova (ancora una volta) di conoscere solo la via della critica non costruttiva riguardo all’operato degli altri. Così non si costruisce, si distrugge e basta, e di certo non si fanno gli interessi del Paese. “Prima gli italiani”, ci si dovrebbe tutti chiedere cosa questo voglia dire. È così che si esprime l’ideale di legittima difesa di cui si sente parlare ultimamente? È questo che vuole la metà del nostro governo che si definisce democratica? Possibile immaginare un Paese in cui le Istituzioni ‘selezionano’ chi è importante e chi non lo è? Il rispetto dovrebbe essere rivolto agli esseri umani in generale, senza distinzioni. “Prima gli esseri umani”, è la risposta che noi diamo.

Il silenzio accettabile è quello legato al raccoglimento, non di certo quello delle Istituzioni quando scelgono di tacere per indifferenza.