Il cambiamento climatico è uno di quei temi di cui si sente spesso parlare, e di cui probabilmente non si smetterà mai di discutere. Una costante, in altre parole, i cui effetti potrebbero rivelarsi disastrosi se non si riuscisse a contrastare questo fenomeno mondiale, rapidamente entrato a far parte delle priorità fondamentali dell’Unione Europea.

È un dato di fatto, la temperatura globale sta aumentando, e con essa i fenomeni climatici estremi in diverse parti del mondo, i ghiacci si stanno sciogliendo, e il livello del mare conseguentemente sta salendo. Eppure, per quanto incredibile possa sembrare, ci sono ancora persone che oggi nutrono dei dubbi sull’esistenza e sulle conseguenze del riscaldamento globale. E tra queste c’è proprio uno degli uomini più potenti al mondo, Donald Trump.

Il presidente degli Stati Uniti, infatti, non ‘crede’ nel cosiddetto global warming. Lo abbiamo letto sui giornali, su internet, la notizia ha fatto il giro del pianeta ed è ormai cosa risaputa. Come dire che i ghiacci non si stanno sciogliendo, i mari non si stanno alzando, e che i fenomeni climatici anomali ai quali stiamo assistendo (e per verificare questo non bisogna nemmeno allontanarsi tanto, basta vedere cosa sta succedendo negli ultimi anni in Italia) sono del tutto nella norma. A voler negare l’evidenza a tutti i costi, sembrerebbe. O, spingendosi un po’ più oltre (ma nemmeno così tanto), a voler affermare che quei Paesi che invece al riscaldamento globale ci credono sono risibili.

Da ridere però c’è ben poco. Oltre alle varie battute con le quali si è divertito a definire il mutamento climatico “un’invenzione dei cinesi” o “una costosa bufala”, l’inquilino della Casa Bianca, nel giugno dello scorso anno, ha come suo solito scelto Twitter per trasmettere un messaggio che ancora una volta non ha mancato di destare preoccupazione in tutto il mondo: l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, ennesimo atto che testimonia l’isolamento verso il quale tende l’America del multimiliardario.

Se gli Stati Uniti, tra i principali inquinatori del pianeta, avrebbe in un certo senso l’obbligo morale di contrastare i cambiamenti climatici, ancora una volta è il negazionismo di Trump a farla da padrone, in questo caso portando avanti la battaglia contro il riconoscimento del riscaldamento globale. Non solo, il presidente americano ha anche annunciato di voler promuovere il ritorno all’uso del carbone, e ha scelto di abolire alcune misure messe in atto dal suo predecessore Barack Obama, volte a ridurre l’inquinamento. Questa ‘marcia indietro’ statunitense toglierebbe una fetta importante al lavoro collettivo degli altri Paesi, intenti a ridurre la quantità di emissione di CO2, fondamentale per arginare il pericolo di una calamità climatica. Anche se, in teoria, la rinuncia volontaria di Trump agli impegni sottoscritti con gli accordi internazionali di Parigi (con annessa rinegoziazione) non potrà concretizzarsi prima del 2020.

La motivazione di questa posizione probabilmente va cercata a monte, in quel dubbio ‘trumpiano’ sull’effettivo ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico, ruolo del quale invece l’Unione Europea è convinta e sul quale ha fondato il suo intervento, impegnandosi a ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra e al contempo incoraggiando con forza le altre nazione del mondo a fare altrettanto. Riconoscendo il peso del ‘fattore umano’ non solo il quadro diventa più chiaro, ma lo diventa anche la direzione da seguire. Se è vero che il clima della Terra si sta riscaldando sotto l’influenza delle attività umane, è altrettanto vero che la nostra influenza può trasformarsi per assumere una valenza positiva, diventando così il motore del mutamento necessario alla salvaguardia del pianeta.

Questa la chiave individuata dall’Europa, perché riscaldamento globale e cambiamento climatico rappresentano un crescendo destinato a non arrestarsi senza un intervento da parte di chi (ed è praticamente una certezza) è da considerarsi il primo responsabile del fenomeno in questione.